PROGETTO

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DIDJERIDOO ED ELETTRONICA: UNA SCELTA CULTURALE
In principio fu Aphex Twin.
Era il 1992 ed il mondo, orfano della psichedelia “pura” degli anni ’70, ancora danzava sulle scie dell’esplosione elettronica degli anni ’80.
Poi, uscì il primo, sconvolgente EP di tale Richard D. James con quello pseudonimo che ancora oggi significa “avanguardia”. E tutto cambiò.
Il didjeridoo, strumento ancora sconosciuto alle masse, fu apparentemente come “strappato” dalle proprie radici culturali e millenarie, per essere catapultato in un viaggio temporale fino all’incontro con l’audace, giovane elettronica: lo stesso rapporto temporale che esiste tra le origini della Terra e la comparsa dell’uomo.
Così come già avvenuto per altri strumenti etnici, l’incontro si rivelò idillio a prima nota…o meglio, vibrazione. Meglio ancora: modulazione.
Nell’unicità del suono del didjeridoo sta infatti l’anello di congiunzione ideale con l’elettronica (intesa quest’ultima nel senso più ampio, dalle sonorità tipiche alla capacità di interagire con il suono originale di uno strumento, modificandolo ed alterandolo). Le capacità timbriche del didjy, le modulazioni compiute per generarne i diversi suoni, l’ampiezza dello spettro delle frequenze sonore e la continuità del suono dovuta alla respirazione circolare ricordano molto l’input primordiale dei sintetizzatori, ovvero impulso sonoro continuo ad ampia gamma di frequenze.
Ma non solo. Non basta essere simili per trovare armonia. Serve una radice comune. In questo caso, la terra, il substrato fatto di humus vitale. Che sia l’Australia di 40 mila anni fa o i vicoli di una fredda città inglese. Il lavoro di Aphex Twin racchiude in sé questo concetto che, visto con occhi puristi, risulta eresia, ma osservato con occhi scientifici, diviene sperimentazione ricercata. E crea nuove strade e nuovi ponti capaci di unire. E’ una questione di scelta e le scelte, una dopo l’altra, nel loro succedersi, conducono alla definizione di uno stile.
La mia scelta come suonatore di didjeridoo è stata questa, ovvero quella di contestualizzare questo strumento nel mio tempo e nel mio spazio, condurlo ad un presente fatto di sonorità quasi agli antipodi rispetto ad esso, anche se, come accennato prima, molto spesso più affini di quanto si possa credere.
Ho il massimo rispetto per la cultura da cui proviene questo strumento e ho fatto di alcuni elementi di essa pilastri cardine della mia vita di uomo ed anche del mio stile compositivo ed esecutivo. Ma ho colto un’opportunità nella possibilità di contaminarne i suoni che la contraddistinguono portandoli nel mio contesto culturale, lasciando che quest’ultimo ne alterasse la tradizionale forma.
Organic Shapes, appunto.
Organico, vivo, ora. Nella forma attuale.